La Foto-Videoterapia è principalmente un campo di applicazione della mediazione artistica finaliz- zato alla facilitazione dei processi narrativi di una persona nell’ambito di una relazione d’aiuto. Originariamente, l’interesse per la fotografia in ambito clinico nasce con la psicoanalisi che, interessata soprattutto al portato inconscio dei valori generazionali della fotografia di famiglia, comincia a portare nel setting terapeutico l’immagine fotografica come stimolo evocatore della storia passata dell’individuo. 

 

Successivamente però, l’interesse per l’immagine fotografica, soprattutto nell’approccio gestaltico, si sposta dalla concezione della fotografia come attivatore della memoria a quella di stimolo evocativo dei processi narrativi nel qui e ora della relazione col terapeuta. La fotografia non è più solo docu- mento storico, ma si trasforma in vero e proprio veicolo emotivo di processi relazionali, traccia, im- pronta di un particolare sguardo sulla realtà della persona nel momento attuale, non contenuto cris- tallizzato di una storia passata. 

Ecco allora che l’attenzione si sposta dal contenuto mnemonico allo stile percettivo e narrativo di un determinato evento biografico, mettendo in luce quel copione di vita che spesso è difficile da rintrac- ciare nella ricostruzione storica degli eventi che ciascuno di noi fa quando parla di sé in modo ge- nerico, ma che si riattiva nella relazione quando il centro diventano le emozioni anziché i fatti. Questo genere di approccio fototerapeutico, soprattutto nelle circostanze in cui eravamo impossibili- tati a chiedere ai partecipanti di portare nel lavoro le foto della loro storia familiare, ci è stato utilis- simo nel proporre l’immagine come contenitore qui e ora del vissuto piuttosto che come attivatore di vissuti lì e allora. 

L’attenzione quindi allo strumento tecnico, l’obiettivo della macchina fotografica, in un paese in cui lo sviluppo tecnologico va di pari passo con il rispetto delle tradizioni, diventa un mezzo di seduzione ludica potentissimo, permettendo il gioco con l’immagine di sé orientato non alla dimensione esteti- ca come comunemente avviene anche nella nostra cultura, bensì alla narrazione e alla costruzione di storie e all’espressione di vissuti emozionali. 

Per alcuni thailandesi, la dimestichezza poi, non solo con la macchina fotografica, ma anche con il fumetto (Manga ad esempio) e con la rappresentazione grafica, ci ha permesso da un lato di proporre facilmente il lavoro ma anche di co-costruire sequenze narrative espressive dense di vissuti emozionali personali. 

 

Il vedersi e il ri-vedersi implica un’attenzione, sempre distratta dal gusto estetico e dall’ovvio im- barazzo, ai dettagli della propria immagine identitaria e che, se ben condotta dall’operatore, può gen- erare infiniti insight emozionali e nuove narrazioni di se stessi. Soprattutto l’uso dell’immagine in diretta, attraverso la video-ripresa e la proiezione su schermo, implica l’apertura di un palcoscenico emozionale su se stessi, di un gioco relazionale molto impegnativo tra i partecipanti al gruppo e l’occasione di modificare stereotipie comportamentali (non estetiche) personali che, quando riviste dallo sguardo esterno condiviso, diventano potenti specchi per trasformazioni esistenziali.